Matteo Forte

Ho ancora la stessa banda di bandoleros vestiti di nero intorno

La bolla in cui stiamo

Poche settimane fa abbiamo annunciato un round di investimento per SWITCH, quasi un milione di euro di investimenti per la maggior parte da investitori italiani e internazionali. In Italia, dove in Startup praticamente non si investe (gli investimenti sono estremamente bassi, sia in valore assoluto, sia in relazione al PIL, sia in relazione al numero di abitanti), questo ha contribuito a farci avere un po’ di visibilità.

Questa visibilità ha riguardato sicuramente l’ecosistema startup – ma in Italia siamo in 12, quindi non difficilissimo che si sappiano le cose. La notizia è arrivata, poi, anche a tutta una serie di persone che non fanno parte dello strano e piccolo mondo che frequentiamo quotidianamente, e che si chiedono, oltre a che facciamo di preciso, se per esempio ora siamo diventati improvvisamente ricchi (Spoiler: no. Specie negli stadi di sviluppo iniziali, gli investitori mettono i denari in azienda per farla crescere, con l’idea che tu li gestisci con margini di libertà da concordare).

Queste interazioni mi hanno fatto un po’ pensare a quanto siamo immersi nella bolla che frequentiamo e quanto invece, per costruire un’azienda sensata, è proprio con chi sta fuori dal nostro giro che nella maggior parte dei casi dobbiamo parlare.

Lo stridìo che ho percepito in queste conversazioni è quello che non vorrei mai sentire quando parlo di quello che facciamo con potenziali clienti e partner che hanno una misurata dimestichezza con la tecnologia e con le sue dinamiche ma che hanno problemi concreti da risolvere – i chiodi da piantare – e sono interessati fino a un certo punto al colore o al peso del martello che può aiutarli a farlo.

L’altra cosa su cui ho riflettuto è stata la percezione che dall’esterno si ha di chi fa impresa tech. Mi sembra che spesso passi il messaggio – e non è che personalmente sia per forza innocente – che sia un po’ tutto un’intervista, una classifica, una citazione in libri dai titoli altisonanti che qualche volta però ti chiedono di comprarne un po’ di copie sennò non ti ci mettono. Questo un po’ fa gioco, soprattutto a livello personale, ma di impatto nelle imprese che gestiamo ne hanno poco. Positivo, dico, che magari invece distraggono e causano pure qualche danno.

Quello che succede davvero è che raccolto un round – il nostro relativamente piccolo, pensa quelli più grandi – la tua vita diventa N volte più complessa. D’un tratto, ti trovi a gestire almeno 10 volte le risorse che gestivi fino a qualche settimana prima, con processi che diventano più articolati, obiettivi ambiziosi da rispettare, un’altissima quantità di conversazioni giornaliere in almeno 2 lingue su 12 argomenti diversi, l’altissima operatività che ancora ti porti dietro e il resto della vita tua che comunque va avanti.

Roba con una sua complessità di gestione sia personale sia aziendale.

A livello personale, è importante fare del tuo meglio senza che ti si frigga il cervello e di conseguenza l’azienda. Dico di conseguenza, perché è inevitabile che all’inizio ci sia una certa immedesimazione tra te e quello che stai costruendo: le identità si fondono, che è bellissimo quando va bene e bruttissimo quando va meno bene. Imparare a dosare le energie e a stare in equilibrio sull’altalena che inquadra a distanza di attimi le stelle più luminose e gli abissi più profondi è fondamentale. Per riuscirci, costruirsi intorno reti di supporto solide e saper comunicare con chi ne fa parte fa tutta la differenza.

Sul fronte aziendale, non bisogna distrarsi. L’unico obiettivo è costruire qualcosa che abbastanza persone vogliono usare, quindi dobbiamo impegnarci sulle opportunità che contribuiscono a questo obiettivo e lasciare andare quelle che non lo fanno, anche se solleticano il nostro ego.

In entrambi i casi, bisogna ricordare che la realtà che conta sta fuori dalla bolla. È lì che sono le persone che ci aiutano a rimanere sani mentalmente, ed è lì che sono le persone per cui stiamo costruendo i prodotti.

Trovare il modo, le parole, i contenuti, giusti per riuscire a parlarci fa la differenza tra friggersi o meno il cervello, e tra costruire un’azienda che ha senso o una che non ne ha.