In questi giorni sono stato invitato a parlare al World Technology Congress sul Lago di Como. Mi è stato chiesto di fare un intervento sull’intreccio tra physical AI e quello che facciamo in SWITCH.
Per prepararlo, ho usato l’AI come un esperto, ma super-operativo. Ho scelto che idee portare, poi – complici skill, processi e knowledge base costruiti nel tempo – one-shot è uscita una roba più che accettabile, e con due o tre prompt in più e qualche “prova”, ho raggiunto quello che ritengo un buon risultato.
Sono sicuro che in molti, forse tutti, ormai facciano lo stesso. E questo mi ha scatenato una riflessione più ampia sull’utilizzo e l’impatto dell’AI nella creazione di contenuti.
Il punto di vista più diffuso è: tutti i discorsi suonano uguali, i post su LinkedIn sono tutti uguali, è pieno di AI-slop che non si vede la fine e ti passa la voglia di leggere. Vero, e in buona parte mi ci ritrovo – ma più per colpa degli umani che della tecnologia. Perché allo stesso tempo è un abilitatore potentissimo.
Se oggi riesco a pubblicare con una certa costanza – poi se bene o male è un altro discorso – è perché abbiamo costruito un sistema che ci permette di farlo con uno sforzo (economico e di tempo) che ritengo accettabile. Se riesco a partecipare a una conferenza in più, è per lo stesso motivo.
Chiaramente c’è un tema di quantità: riuscire a fare più di prima con uno sforzo minore. Ma c’è anche un tema di qualità. Non tutti le persone con qualcosa di interessante da dire hanno un’esperienza, una formazione (e forse un’attitudine) che gli avrebbe permesso, 5 anni fa, di essere altrettanto efficaci nell’esporre le proprie idee su un palco, davanti a una platea (digitale o in presenza).
Un tempo questo avrebbe richiesto – e a certi livelli richiede ancora – un impegno economico e di tempo decisamente superiore a quello che serve oggi per raggiungere un livello più che decente di chiarezza, vocabolario, struttura del discorso, ritmo. Oggi, questa capacità è accessibile a tutti. Gratis, o a 20€/mese.
Tutto questo per dire che oggi molte più persone, rispetto a prima, hanno la possibilità di esprimere con qualità il proprio pensiero e di generare i propri contenuti. Questo vale per le conferenze, ma vale pure per i social e per gli altri canali di comunicazione personale e aziendale.
È evidente che ci sono dei rischi: di appiattimento, di sovrapproduzione, di qualità. Ma dobbiamo sempre ricordarci che questo stato di cose non è l’alternativa a un mondo in cui siamo tutti Hemingway e Steve Jobs. È l’alternativa a un mondo in cui meno persone hanno le energie e le risorse per poter esprimere in maniera efficace quello che pensano.
C’è, ma c’era prima e ci sarà dopo, un tema di competenza e di formazione di chi questi strumenti li usa. Ma più ascolto interventi a conferenze, più leggo newsletter e post su LinkedIn, più penso che molte persone, prima, non si sarebbero proprio espresse. Vuoi per mancanza di fiducia, di tempo, di risorse; perché non si sentivano all’altezza o a proprio agio in questa o quella lingua. Oggi queste barriere possono essere abbattute con una semplicità mai vista e un livello di qualità decisamente accettabile.
Si aprono mille temi: di soglia dell’attenzione, di contenuti scritti con l’AI ma anche letti e riassunti con l’AI, di sovraesposizione, di accuratezza, di responsabilità. E so benissimo quanto quindi questo ragionamento sia parziale.
Però, prima di unirsi al coro dell’AI-slop, vale la pena chiedersi se quelle voci, senza questi strumenti, le avremmo mai sentite. La mia risposta è no, e sarebbe stato peggio.